GDPR Privacy Policy: la comprensibile paura dei propri dati

Continuando con lo studio che abbiamo appena citato, ossia quello dell’osservatorio Selligent, sembrerebbe che, il 47% delle persone intervistate, all’interno di un campione di 5.000 unità (quindi un campione statistico che può essere assolutamente ritenuto rappresentativo), ritenga minaccioso il fatto che qualcuno possa fare dell’advertising (della pubblicità on line) tramite elementi salvati, tramite pin, tramite retweet, i “preferiti”, dal “mi piace” e, addirittura se andiamo più nel dettaglio, vediamo che, il 36% degli utenti, ritiene che sia minaccioso anche il solo studio degli acquisti precedenti.

Ed ancora, il 36% sempre delle persone intervistate, valuta come minaccioso il comportamento dei siti che propongono annunci in base alle ricerche effettuate di prodotti o di servizi visualizzati, anche se poi non sempre sono stati acquistati.

Questo è quello che succede normalmente, e che si definisce retargeting, ossia vado a visitare il sito del negozio “X” o “Y”, vedo un determinato prodotto e dopo, per il solo effetto di averlo visto, vengo bombardato di annunci pubblicitari di quel prodotto o di quel negozio.

Tutto quello che abbiamo appena detto è in assoluta antitesi con i comportamenti generali delle persone che, ad esempio, sono solite su Facebook scrivere di tutto, quindi da una parte dicono di tutto, postano foto e situazioni, indirizzi, fanno sapere anche ai ladri quando non sono in casa (avete mai visto quelle cartine geografiche con scritto … “Pippo si trova in questo momento qui…. Con tanto di ristorante ecc… e quale migliore informazione per chi vuole venirci a far visita a casa quando non ci siamo?), ma dall’altra hanno invece la paura che la loro privacy venga violata.

In ogni caso abbiamo visto che, la maggior parte delle persone (perché se le punte sono dell’80% e la media è rappresentata dal 71%), ritiene che la personalizzazione sia un elemento importante, necessario e centrale nell’esperienza utente desiderata.

Come facciamo ad assecondare questi bisogni (e quindi come facciamo a personalizzare servizi, proposte di acquisto ecc) se poi non riteniamo opportuno mettere a disposizione i dati per poterli far analizzare?

Su questo punto va fatta una considerazione estremamente importante, ossia che l’elemento che fa la differenza è la percezione del furto dei dati.

Le persone sono quindi generalmente disponibili a farsi profilare, sono disponibili a cedere i propri dati in cambio di un’esperienza utente o di proposte di acquisto mirate e personalizzate, ma questa deve assolutamente essere una loro azione.

Non può e non deve essere indotta!  Quindi, quando ci ritroviamo a progettare qualsiasi tipo di campagna o quando progettiamo ogni singolo sconto personalizzato, dobbiamo tenere conto delle esigenze degli utenti e, cosa di maggiore importanza, dobbiamo portare loro a fare il primo necessario ed indispensabile passo nel voler mettere a disposizione i loro dati, per avere in cambio quanto di più adeguato possibile alle proprie esigenze.

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